“Le Ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore”, è un testo scritto da Nando Dalla Chiesa che parla delle storie di 6 donne, che hanno sfidato  audacemente la mafia. L’ambiente dove vivono e combattono è la Sicilia ed il loro coraggioso agire annulla lo stereotipo della donna siciliana che, nella mentalità comune, risulta remissiva, ubbidiente e sottomessa al potere maschile.                         Lo scrittore Vincenzo Consolo ha sottolineato come “le Ribelli” abbia capovolto il cliché della donna siciliana, attribuendole invece la speranza di riscatto.

Le sei donne di cui parla Nando Dalla Chiesa hanno in comune un dolore lacerante ed un immenso amore misto a rabbia che le portano a lottare per la giustizia. Sono madri, sorelle, mogli diventate protagoniste loro malgrado e che  per amore, con dignità e determinazione, diventano ribelli.

La prima donna  di cui parla il libro è Francesca Serio, madre del sindacalista contadino, Salvatore Carnevali, ucciso dalla mafia di Sciara in provincia di Palermo nel 1955. Le altre sono:

Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi, in provincia di Palermo, per ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti.

Saveria Antiochia, madre del poliziotto Roberto ucciso insieme al commissario Ninni Cassarà.

Michela Buscemi che, in seguito all’omicidio dei due fratelli, si costituì parte civile al maxiprocesso del 1985 a Palermo.

Rita Atria  che si uccise a 17 anni, una settimana dopo la strage di via D’Amelio; aveva riposto tutta la sua speranza in quel paterno giudice: Paolo Borsellino. Dopo il suo assassinio, non vide più futuro.

Il fratello di Rita era un boss dello spaccio, quando lei decise di diventare collaboratrice di giustizia fu isolata da tutti.

Ed Infine Rita Borsellino sorella del giudice Paolo assassinato nella strage di via d’Amelio.

Concludiamo questa presentazione con le toccanti parole di Corrado Stajano, che definisce il libro “Le Ribelli”: “Bellissimo e lacerante”, “commosso e commovente”.

Vi consigliamo, quindi, di leggere “Le Ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore”, di Nando Dalla Chiesa, perché è un libro empatico ed altamente educativo che ci spinge a lottare quotidianamente le ingiustizie e a non abbassare mai la testa  davanti al potere.

Titolo: “Le Ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore”

Autirce: Nando Dalla Chiesa

Casa editrice: Melampo Editore

 

 

                                                  FRANCESCA, FELICIA E SAVERIA                                                    Tre donne lacerate nelle viscere e nel cuore

Madre di Salvatore Carnevale

“[…] Lei si chiamava Francesca Serio. E il figlio per il quale aveva inutilmente chiesto giustizia per dieci anni si chiamava Salvatore Carnevale. Faceva il sindacalista a Sciara, piccolo e sconosciuto paese in provincia di Palermo”. Ucciso dalla mafia nel 1955. Con il “Lamentu pi la morti di Turriddu Carnevali” Ignazio Buttitta ne fece un eroe popolare.

“[…] Era arrivato a Sciara che aveva pochi mesi, Salvatore. Con la madre, donna giovane e bella, abbandonata dal marito…Francesca era stata sin dall’inizio l’esatto contrario dello stereotipo di donna siciliana tramandatoci dalla tradizione orale e dalla ricerca sociale. Senza marito e senza complessi, impegnata nella sua sfida con un universo chiuso fondato sul principio di sottomissione…Raccoglitrice di olive, mietitrice, zappatrice…Si era spaccata la schiena per dare al figlio, come diceva con orgoglio, il “diploma” quello di quinta elementare…Poi nel ’51 Carnevale guidò un’occupazione in contrada Giardinazzo”. E a questa ne seguirono altre. Il suo impegno a favore dei poveri cresceva. E lui era responsabile anche di aver fondato in paese la prima sezione del sindacato. E ancora, la prima sezione del partito socialista. La sua integrità morale e la sua incorruttibilità non furono perdonate.                                                         “Gli spararono al fianco, al torace. Poi, mentre era a terra, gli tirarono tre colpi di grazia…Due in testa, uno alla bocca…Colpirono alla testa, devastandogli la massa cerebrale, per distruggere le sue idee. Colpirono alla bocca perché aveva osato esprimerle per difendere i più deboli”.                                                                                           Francesca parlò. Fece i nomi degli assassini. Stabilì il principio che si può denunciare la violenza mafiosa.

Madre di Peppino Impastato

“Felicia, che di cognome faceva Bartolotta, non era cresciuta a contatto con gli ambienti mafiosi…A portarla verso la mafia e verso una vita d’amore e d’inferno fu proprio la cultura della Sicilia antica, che sarebbe cambiata lentissimamente solo dopo la seconda guerra […]”.

“Felicia avrebbe voluto sposarsi con un giovane di Castelvetrano, in provincia di Trapani. Troppo fuori paese perché il padre acconsentisse. Lei si attenne dunque a quelle che venivano chiamate allora “le regole dell’ubbidienza…                                           Alla fine si sposò con Luigi Impastato…Felicia non lo sapeva ma Luigi era un mafioso vero. Non di grosso calibro né di grandi ambizioni…”.

“Felicia cercò a lungo di sottrarsi ai condizionamenti dell’ambiente, mettendo in chiaro le cose con il marito. In casa lei quei tipi non li voleva. Guai a vederseli girare nelle stesse stanze dove crescevano i figli: Giuseppe, nato nel ’48, e Giovanni, nato nel ’53”.

“[…] Altro che lo stereotipo della donna che nella famiglia di mafia riproduce i valori mafiosi educandovi i figli sin dall’allattamento. Lei fu l’esempio contrario. Senza rompere la famiglia, senza infrangere le “regole dell’ubbidienza”, allevò i due figli ai valori della democrazia e li protesse nel loro cammino”.

“Il compromesso di Felicia sembrò tenere, almeno per qualche anno. Difficile, costoso sul piano psicologico, ma tutto sommato efficace”.

“Le cose presero una piega nuova e irreversibile quando esplose la prima guerra di mafia tra i Greco e i La Barbera. Era la fase della prima mutazione del potere mafioso…”.

“Peppino non era come il padre…”.

I problemi vennero dopo. Quando Peppino si allontana da quella mentalità mafiosa. La odia. La combatte. “La mafia è merda” affermava.

“Il figlio di Luigi stava superando il segno. Era intelligente, si sapeva, ma perché doveva contestare: “Abbasso la cultura mafiosa”.

I comizi, il giornale, la radio. I cento passi che separavano casa sua da quella di Don Tano Badalamenti “Tano seduto”. Peppino fu cacciato di casa.

“Cercavano di metterla in politica, a loro modo, anche i mafiosi. I quali attraverso il padre cercavano, come si direbbe oggi, di “ridurre il danno”. Passi per il comunista, gli facevano sapere, ma che bisogno c’è di attaccare la mafia? La mafia la lasci stare… Non sapevano, gli uomini di Badalamenti, che stavano anticipando un confronto che nei decenni successivi avrebbe attraversato la sinistra italiana. La sinistra e la legalità. La sinistra e l’antimafia. L’antimafia che fa perdere voti. La politica che non è testimonianza…Il Sessantotto andava oltre, addirittura volava sopra queste cose…”.

Peppino fu ucciso l’8 maggio del ’78. Era in auto. Lo costrinsero a fermarsi. Lo trascinarono in un casolare, lo uccisero e lo misero sui binari che costeggiavano l’autostrada di Punta Raisi (…) Lo fecero saltare in aria con il tritolo, come per inscenare la morte di un terrorista vittima del proprio esplosivo”.

 

Madre di Roberto Antiochia

“Le rughe. Erano bellissime le rughe di Saveria. Sembravano scolpite da un artista divino. Un dono del tempo e del dolore a lei che amava la pittura e la scultura”.

Roberto Antiochia era il suo terzo figlio, poliziotto a Palermo, dove arrivò nel giugno del 1983.

“La prima auto-bomba fatta esplodere con un telecomando. La mattina del 29 luglio un boato mai sentito annientò il giudice Rocco Chinnici, consigliere istruttore di Palermo, successore di Cesare Terranova, anche lui ucciso quattro anni prima. Birilli. Cadevano come birilli gli uomini dello Stato…Roberto venne gettato così nel vivo di una lotta acre e sanguinosa”.

“Quando ti uccidono un figlio sparano anche su di te” affermò. E dopo la morte di Roberto, con grande dignità, spiegò: “noi donne siamo, anzi dobbiamo essere le più forti. Le donne devono reggere la situazione […]”.

“Fece della lotta alla mafia la sua missione”. […] “Francesca, Felicia e Saveria. Tre donne colpite nelle viscere e nel cuore con ciò che di più terribile possa capitare a una madre: l’assassinio del figlio. Tre donne che sono chiamate ad affrontare questa prova da sole, senza un marito accanto. Abbandonata Francesca, il marito mai amato e forse assassinato Felicia, il marito amato e morto di cuore Saveria”.

“La ribellione di Saveria fu questa: viaggiare, in modo infaticabile per l’Italia. Incontrare centinaia di persone. Studenti, soprattutto. […] “Aveva un sacro rispetto per le scuole come luogo di educazione per tutti”.

 

(Da “Le Ribelli “, Nando Dalla Chiesa)